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Gay & Bisex

Torre del lago 02/10/25 ore 12:00


di Membro VIP di Annunci69.it cazzobonsai69
02.10.2025    |    355    |    2 9.5
"Glutei sodi e perfetti, divisi da quella fessura oscura che ora era il mio unico, vero obiettivo..."
Storia vera di oggi alle 12 del 02/10/2025 a Torre del lago

Il caldo di mezzogiorno stava iniziando a rendere l’abitacolo dell’auto un forno. Avevo il giornale appoggiato sul volante, ma le parole danzavano davanti ai miei occhi, poco interessanti rispetto allo spettacolo che si svolgeva fuori. Coppie. Coppie ovunque. Si parcheggiavano, ridacchiavano, prendevano i loro asciugamani e si dirigevano verso la spiaggia di Torre del Lago, Ignorando completamente me, Marco, cinquantatré anni, robusto, solo, e con un bisogno sempre più urgente di urinare.

Un uomo della mia età, pensai, dovrebbe avere la prostata di un leone, non la vescica di uno scoiattolo. Con un sospiro, posai il giornale. La spiaggia affollata non faceva per me. Cercai un po’ di privacy tra la vegetazione incolta che separava il parcheggio dalla pineta.

Mi infilai tra i cespugli, i rami che graffiavano leggeri le mie braccia. Mi sistemai, slacciai la patta dei bermuda e feci uscire la mia timida vergogna. Il getto caldo iniziò subito a scendere sull’erba secca. Così piccolo, rimuginai, guardandolo con quella familiare, rassegnata tenerezza. Uno scherzo della natura su un corpo per il resto così massiccio.

Fu allora che lo vidi. In lontananza, fermo in sella a una mountain bike. Un ragazzo. Osservava. Il mio cuore fece un balzo nel petto, un tonfo pesante e sordo. Cosa fa? Mi sta guardando? Cercai di mantenere un’espressione neutra, finii ciò che dovevo fare con studiata nonchalance. Ma invece di rimettermi tutto a posto e tornare alla macchina, come avrebbe fatto qualsiasi uomo normale, un impulso folle mi attraversò la mente.

Mi girai, proprio verso di lui. E senza pensarci due volte, con le dita, gli mostrai il mio cazzetto, ancora umido, completamente molle e insignificante. Era troppo lontano per vedere la sua reazione, se aveva riso, se era incuriosito, se si era disgustato. L’adrenalina mi martellava nelle tempie. Stupido, sei un vecchio stupido. Mi voltai di scatto, il cuore in gola, e iniziai a camminare velocemente verso la macchina.

Ma dopo due passi, mi fermai. L’eccitazione e una curiosità bruciante erano più forti della vergogna. E se?.

Non tornai all’auto. Presi la direzione opposta, spingendomi più a fondo nella vegetazione, cercando un anfratto, un luogo più appartato, protetto dagli sguardi di eventuali passanti. Trovai un piccolo clearing, uno spiazzo erboso circondato da alti cespugli. Era perfetto.

Mi appoggiai al tronco di un pino, la corteccia ruvida contro la mia schiena sudata. Con mani che tremavano leggermente, non slacciai la patta. Afferrai invece l’elastico dei miei bermuda e dei boxer sottostanti, e li tirai giù tutti insieme, fino a metà coscia. L’aria calda del giorno mi avvolse il basso ventre e il sexo, esposti. Il mio cuore batteva all’impazzata. Aspettai.

E poi, il suono. Il lieve scricchiolio di foglie secche, il respiro affannato di chi ha pedalato. Lui. Spuntò dal fogliame in silenzio, spingendo la bicicletta. Si fermò a pochi metri da me. Era giovane, molto giovane, avrà avuto sì e no vent’anni. Un fisico da ciclista, esile ma sodo, modellato dallo sport. I suoi pantaloncini aderenti neri lasciavano poco all’immaginazione. E lì, in quel tessuto stretto, si profilava un grosso bozzo, lungo e spesso. Dio santo.

I nostri occhi si incrociarono. Non disse una parola. Io non osavo parlare. Con un gesto timido, portai la mano al mio sesso e lo mostrai di nuovo, offrendolo al suo sguardo. Era già leggermente più incoraggiato, un principio di erezione che lo faceva sembrare appena più dignitoso. Lui annuì, appena, un cenno quasi impercettibile del capo. Poi, con una calma surreale, appoggiò la bici a un albero.

Si avvicinò. Si inginocchiò nell’erba davanti a me, i suoi occhi chiari fissi sui miei. Ancora in silenzio. Le sue mani andarono alla sua cintura, slacciarono i pantaloncini, e tirò giù la cerniera. Il suo cazzo esplose fuori, libero, e non avevo esagerato nella mia mente. Era enorme. Lungo, spesso, con delle vene prominenti che pulsavano dolcemente. Un'arma di piacere assoluta che faceva impallidire il mio minuscolo amico.

Mentre io restavo inchiodato al tronco dell'albero, ipnotizzato da quella visione, lui non perse tempo. Una mano afferrò la base della sua asta, iniziando a masturbarsi con movimenti lunghi e sicuri. L’altra mano, invece, si avvicinò a me. Le sue dita erano calde quando mi sfiorarono le palle, una carezza così leggera che fece sobbalzare tutta la mia pelle. Poi, quella stessa mano si chiuse delicatamente attorno alla mia modesta erezione, misurandone la circonferenza con una curiosità che non era derisione, ma pura, semplice investigazione.

Santo cielo, fu l’unico pensiero coerente che riuscii a formare.

Poi abbassò la testa. La sua bocca, umida e incredibilmente calda, mi avvolse tutto in un sol colpo. Non ci fu preambolo, non ci furono tentativi. Semplicemente… mi ingoiò. Un’onda di calore puro, umido e vellutato mi investì dall’inguine fino alla punta dei capelli. Un gemito mi sfuggì, un suono roco e profondo che non credevo mi appartenesse.

Lui sa cosa fare, pensai, stordito. Dio, come sa cosa fare.

La sua lingua era viva, un essere indipendente e abilissimo che lavorava su ogni millimetro della mia sensibilità. Scivolava lungo il frenulo, premeva sulla corona, si avvolgeva intorno allo shaft minuscolo succhiando con una pressione perfetta. La sensazione era così intensa, così concentrata, che ogni nervo del mio corpo sembrava essersi trasferito in quel punto.

E mentre la sua bocca mi torturava con un piacere da vertigini, la sua mano continuava il suo lavoro sul suo cazzo. Il suono umido della sua masturbazione era un tamburo osceno che accompagnava le mie moffe. Aprii gli occhi, non volendo perdermi quello spettacolo. Lui mi guardava, i suoi occhi fissi nei miei mentre la sua testa si muoveva su e giù con un ritmo ipnotico. Vederlo, così bello, così giovane e potente, inginocchiato davanti a me, completamente concentrato sul donarmi piacere… era un afrodisiaco più potente di qualsiasi altro.

La sua mano scorreva su e giù lungo la sua lunghezza, il precum che lubrificava il movimento, luccicando al sole che filtrava tra le foglie. Quel contrasto… la sua bocca esperta su di me, la vista della sua masturbazione vigorosa… stava portandomi al limite molto più in fretta di quanto avessi mai immaginato.

“Sto per…” riuscii a gemere, la voce rotta, un avvertimento.
La mia mano gli affondò nei capelli sudati, un gesto tanto possessivo quanto disperato. Non fermarti, avrei voluto urlare, ma le parole morivano in gola, trasformate in un rantolo roco. Era una tortura paradossale, ogni suzione un passo più vicino all’estasi e ogni istante che passava un’agonia per la sua fermata imminente. Sapevo che sarebbe successo, lo sentivo nel modo in cui i suoi movimenti stavano diventando ancora più frenetici, più deliberati. Stava cercando di farmi esplodere.

E poi, all’improvviso, si staccò.

Un gemito di frustrazione mi sfuggì mentre il suo calore mi abbandonava, lasciandomi nudo, tremante e sul punto del tracrollo al freddo mattino. L’aria mi colpì la pelle bagnata di saliva, una sensazione crudele. Lui non disse una parola. I suoi occhi, scuri e intensi, erano fissi sui miei mentre con una mano si masturbava ancora con vigore e con l’altra frugava nella piccola tasca sul retro dei suoi pantaloncini da ciclista. Ne estrasse un quadrato argentato di lamina, che sibilò lievemente mentre lo lacerava con i denti.

Mi porse il preservativo.

Le mie dita tremavano così violentemente che feci fatica persino ad afferrarlo. L’eccitazione era un fiume in piena che minacciava di travolgere ogni diga di autocontrollo. Lo srotolai, quella gomma sottile che sembrava un’imposizione surreale in quel momento di puro istinto. La sensazione era troppo, il bisogno di venire una minaccia costante. Penso ad altro, devo pensare ad altro, mi ordinai, fissando il tronco di un pino, il cielo oltre le foglie, qualsiasi cosa che non fosse quella bocca, quelle mani, quel cazzo…

Misi il preservativo, il lattice che si adattava con uno snap soffice alla mia modesta erezione. Solo allora alzai di nuovo lo sguardo verso di lui.

Si era già girato.

Si era chinato in avanti, appoggiando le mani al tronco rugoso di un albero, offrendosi a me in una posa di sottomissione animalesca e incredibilmente eccitante. I suoi pantaloncini e gli slip erano abbassati fino a metà coscia, rivelando il puro, giovane splendore del suo sedere. Glutei sodi e perfetti, divisi da quella fessura oscura che ora era il mio unico, vero obiettivo.

Non esitai. Sputai. Non un gesto grezzo, ma un’offerta, un atto primordiale. La mia saliva atterrò proprio sul centro di quel buco cieco, luccicando per un attimo prima che io premessi il polpastrello del mio indice contro di esso, spingendo dentro quel calore iniziale, lubrificando. Sentii il suo corpo sobbalzare leggermente, un tremito di anticipazione che si propagò dal suo centro fino alle mie dita.

Posai la punta del mio cazzo, protetta dal lattice, contro quella stessa apertura. Era un contrasto assurdo, quasi comico. La mia modestia contro la sua magnificenza. Ma in quel momento, non contava nulla. Contava solo il bisogno.

Spinsi.

La resistenza fu minima, uno sfalsamento improvviso dei suoi muscoli prima che cedessero, permettendomi di entrare. Un sospiro profondo, quasi un lamento, gli uscì dalle labbra mentre io mi infilavo completamente dentro di lui, il mio pube che andava a sbattere contro le sue natiche. Era così stretto, così caldo. Il lattice non riusciva a smorzare la sensazione elettrica che mi correva lungo la schiena.

Iniziai a muovermi, una falcata lenta e profonda che stabiliva il ritmo della nostra unione silenziosa. Le mie mani si aggrapparono ai suoi fianchi, sentendo i muscoli tesi della sua schiena contrarsi sotto le mie dita. Lui si muoveva all’unisono con me, spingendo all’indietro per incontrarmi, il suo corpo che accoglieva ogni mia spinte. Il suono che facevamo… umido, primitivo, il fruscio del lattice, il nostro respiro affannoso.

La sua mano non si era mai fermata. Si masturbava con una ferocia ancora maggiore ora, il pugno che scorreva su e giù lungo la sua enorme asta con un ritmo che sembrava dettato dal mio stesso penetrarlo. Lo guardavo, ipnotizzato. Vederlo godere mentre lo scopavo era la più potente delle conferme. Mi desidera, desidera questo, desidera me.

Il mio respiro divenne un rantolo. Sentivo la pressione costruirsi di nuovo alla base della mia spina dorsale, un calore che si diffondeva, inarrestabile. Sto per venire, sta succedendo. Con un ultimo, disperato sforzo di volontà, mi ritrassi completamente da lui, il preservativo che si riempiva della mia imminente release. Lo afferrai con le dita, sfilandolo via in un unico movimento fluido, proprio mentre la prima ondata di orgasmo cominciava a pulsare dentro di me.

Mi girai verso di lui, che si era voltato, il suo viso era un maschera di piacere annichilito. Non dovetti nemmeno guidarlo. Aprì la bocca, una ‘O’ perfetta e invitante, e lì, proprio lì, lasciai che esplodessi. Uno schizzo dopo l’altro, caldo e denso, gli riempii la cavità orale, il suo sapore metallico un fantasma sulla mia lingua. Deglutì, una contrazione della gola che vidi e che mi fece gemere a mia volta, svuotandomi completamente.

Rimasi lì, in piedi e tremante, mentre le ultime pulsazioni dell’orgasmo mi attraversavano. Lui mi fissava, la bocca ancora semiaperta, il suo cazzo ancora saldamente impugnato nella sua mano, durissimo e luccicante di precum. Il debito doveva essere saldato.

Mi inginocchiai sull’humus del bosco, le ginocchia che affondavano nel terreno soffice. Non avevo mai fatto una cosa del genere. La virilità che emanava era quasi intimidatoria. Ma il desiderio di toccare, di assaggiare, di completare quell’atto di scambio, era più forte di ogni insicurezza.

Mi chinai in avanti e senza esitazione, presi la punta del suo cazzo in bocca. La pelle era setosa, il sapore salato e maschio. La sua lunghezza sembrava infinita, riempirmi la bocca era un’impresa. Usai la lingua, massaggiando la parte inferiore della corona mentre le mie labbra si serravano intorno a lui. Sentii le sue gambe tremare. Un gemito profondo, gutturale, gli uscì dal petto.

Fu più che sufficiente. Dopo solo pochi, profondi movimenti della mia testa, sentii il suo corpo irrigidirsi. Le sue dita si intrecciarono nei miei capelli, non spingendo, ma tenendosi forte. Un suono roco, un jingle incomprensibile, e poi il suo calore mi riempì la bocca. Era diverso dal mio, più acquoso, con un sapore più selvaggio. Deglutii, accogliendo ogni sua contrazione, ogni spasimo del suo piacere, fino a quando non si rilassò, esausto, lasciandosi andare contro l’albero.

Il silenzio calò su di noi, rotto solo dal nostro respiro affannoso che lentamente tornava alla normalità e dal canto lontano di una cinciallegra. Ci guardammo per un attimo, una lunga occhiata carica di qualcosa che non poteva essere detto, che non avrebbe mai avuto un nome. Poi, come d’accordo, distolgemmo lo sguardo.

Ci vestimmo in silenzio, ognuno assorbito nei propri pensieri, nel proprio rimestio di emozioni. I miei bermuda, i suoi pantaloncini da ciclista. Nessuna parola. Nemmeno un cenno. Lui si rimise in sella alla sua mountain bike, e con una spinta potente delle gambe, si allontanò lungo il sentiero sterrato da cui era arrivato, scomparendo tra la vegetazione.

Io feci la strada opposta, tornando verso il parcheggio. Il sole di mezzogiorno era alto e caldo. Alle mie spalle, il bosco custodiva il nostro segreto. La mia macchina era lì, exactly where I’d left it. Aprii la portiera, mi sedetti al caldo interno dell’abitacolo, l’odore di pelle e del mio stesso sudore a riempirmi le narici. Il mio cazzetto, mi accorsi con un sorriso strano e storto, era di nuovo incredibilmente, insistentemente, duro nuovamente.
Con il mio cazzettino duro ho iniziato a scrivere questa mia avventura odierna.
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